
La gestione del packaging nell’e-commerce è sempre stata una zona grigia, un compromesso tra la velocità di magazzino e la protezione del prodotto. Ma c’è un dato economico che spesso viene sottovalutato: quanto ci costa, ogni giorno, spedire aria? Se guardiamo ai listini dei corrieri basati sul peso volumetrico, la risposta è già chiara. Adesso, però, subentra un fattore che sposta il tema dall’efficienza pura alla conformità legale: il Regolamento (UE) 2025/40, meglio noto come PPWR.
Non è una direttiva che i singoli Stati dovranno interpretare con i propri tempi; è un Regolamento europeo, il che significa che dal 12 agosto 2026 le regole saranno identiche da Bolzano a Lisbona. E la regola aurea dell’Articolo 24 è tanto semplice quanto dirompente: lo spazio vuoto in un imballaggio non potrà superare il 50%.
Quando leggo questo limite, non penso solo all’aspetto ecologico. Penso all’impatto sui processi di chi spedisce migliaia di ordini al giorno. Se oggi un magazzino lavora con tre formati di scatole standard per tremila referenze diverse, è matematico che in una percentuale altissima di spedizioni quel limite del 50% venga ampiamente superato. E no, riempire lo spazio avanzato con cuscini d’aria o carta non serve a sanare la posizione: per la norma, tutto ciò che non è il prodotto è considerato vuoto.
Io credo che la vera sfida non sarà tanto la sanzione in sé, quanto il ripensamento forzato della catena di imballaggio. Se dovessi gestire oggi un piano di adeguamento, inizierei col mappare le volumetrie reali del venduto. È un’analisi che molti merchant rimandano, ma che diventa fondamentale per capire quante varianti di packaging servano davvero per restare nella legalità senza sacrificare la velocità di confezionamento.
È interessante notare come questa spinta verso la minimizzazione possa aprire la strada a sistemi di “Packaging as a Service”. Non parlo di utopie, ma di circuiti di imballaggi riutilizzabili che, pur richiedendo un’infrastruttura logistica di ritorno non banale, potrebbero risolvere il problema alla radice per chi ha flussi costanti e gestibili. Certo, è un modello che va valutato con estrema cautela sui costi di ritorno, ma l’alternativa è un investimento massiccio in packaging monouso di infiniti formati diversi.
C’è poi il tema del branding. Molti uffici marketing temono che questa standardizzazione porti a confezioni anonime o meno impattanti. Io sono convinto del contrario. Il marketing ha la capacità, quasi come l’acqua, di trovare sempre una nuova via per scorrere: se lo spazio fisico diminuisce, la creatività si sposterà sui materiali, sulla comunicazione digitale integrata nel pacco o su un design interno che valorizzi il prodotto senza bisogno di volumi inutili. Essere efficienti non significa smettere di essere belli, significa solo smettere di essere spreconi.
Quello che vedo all’orizzonte per l’agosto 2026 è un passaggio obbligato verso un e-commerce più maturo. Chi saprà anticipare questa analisi, ottimizzando i volumi prima che diventi un obbligo, non solo sarà in regola, ma avrà già guadagnato un vantaggio competitivo reale in termini di costi di spedizione. Alla fine, smettere di spedire aria è un bene per tutti: per il pianeta, per il legislatore e, soprattutto, per il conto economico dell’azienda.
Consulta il testo integrale del Regolamento UE 2025/40 (PPWR)
[Articolo pubblicato su lineaecommerce.it]